Surrealist Lee Miller a Bologna

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Apre il 14 Marzo a Bologna a Palazzo Pallavicini la prima retrospettiva italiana dedicata ad una delle figure più affascinanti della storia della fotografia non solo al femminile. La mostra, composta da un centinaio di stampe, ripercorre la carriera della fotografa in un percorso che tocca anche le sue immagini più famose e iconiche.

Elizabeth Lee Miller nasce a Poughkeepsie nel 1927. Il padre è un ingegnere che si dilettava di fotografia e che insegnò presto ai suoi figli quest’arte. Appena diciannovenne Lee viene scoperta casualmente dall’editore di Vogue e Vanity Fair, Condè Nast, che le apre la carriera da fotomodella. A ritrarla sono personalità del calibro di Edward Steichen. Nel 1929 si trasferisce in Europa per studiare Arte e a Parigi continua a lavorare come modella per Vogue Francia, nel frattempo frequenta il mondo artistico parigino e stringe amicizia con Picasso, Ernst, Mirò, Cocteau e diviene oltre che modella e assistente anche l’amante di Man Ray con il quale sperimenta la tecnica della solarizzazione. Sono di questi anni le fotografie surrealiste in cui specchi, porte o vetri di finestre isolano e mettono in risalto i soggetti. Apre anche un suo studio in città e riceve commissioni da stiliste affermate come Coco Chanel. Terminata la relazione con Man Ray, nel 1932 ritorna a New York e apre un nuovo studio divenendo una ritrattista di successo. Partecipa alla mostra Modern European Photographyalla Julien Levy Gallery che l’anno successivo ospiterà la sua unica mostra personale.  Nel 1934 conosce l’uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey e poco tempo dopo lo sposa trasferendosi a il Cairo. Qui il suo gusto fotografico muta allontanandosi pian piano dal surrealismo e le riprese del deserto, dei villaggi e delle rovine ci mostrano già una tecnica di reportage. Durante un viaggio a Parigi nel 1937 si innamora di Roland Penrose, pittore surrealista e curatore d’arte. Nel 1939 lascia definitivamente l’Egitto e si trasferisce a Londra. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale il governo statunitense fa pressioni perché ritorni in patria ma Lee Miller riesce a farsi accreditare da Vogue come corrispondente di guerra e lei e Margaret Bourke White, pur non lavorando mai insieme, saranno le sole donne a riprendere le devastazioni del conflitto. Subito dopo il D-Day è in Francia a documentare il primo utilizzo del napalm nell’assedio di Saint Malò, la liberazione di Parigi e l’orrore dei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau. Di questo periodo è la fotografia negli appartamenti di Hitler a Monaco di Baviera scattata da David Scherman, corrispondente per Life, in cui la Lee si lava nella vasca da bagno del Führer. Per la Miller questo gesto rappresentò una purificazione dal male. Lo stesso giorno aveva documentato gli orrori di Dachau. La polvere del campo è ancora presente sugli scarponi in primo piano la cui sporcizia stride con l’ordine e la pulizia che regnano nella stanza da bagno. L’esperienza bellica la segna profondamente. Pur continuando a lavorare ancora per qualche anno, la tragicità di ciò a cui aveva assistito la fa piombare nella depressione e nell’alcool. Solo grazie all’aiuto dell’ormai marito Penrose e dei suoi amici, in particolare di Man Ray, riesce a venirne fuori. Nel 1955 Steichen la vuole fra i fotografi che parteciparono alla mostra The Family of Man, ma ormai la Miller si stava ritirando ad una vita più appartata che conduce fino al 1977 quando muore di cancro.

La Miller non si occupò mai molto di pubblicizzare il proprio lavoro che oggi ci è noto soprattutto grazie al figlio Antony che cominciò a riprendere e divulgare l’arte della madre sin dagli anni ’80.

La visione della Miller rimane forse ancora oggi troppo legata alla sessione realizzata negli appartamenti di Hitler (raramente esposta anche a livello internazionale e mai diffusa a mezzo stampa per l’uso improprio fattone negli anni da gruppi neonazisti) mentre c’è molto da apprezzare e scoprire in tutta la sua produzione.

Roberta Zanutto

 

 

 

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