Homeless’ Homeland – Lee Jeffries

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Siamo a Londra e Leicester Square è invasa da una maratona. E’ il 2008 e Lee Jeffries è un commercialista di Manchester appassionato di fotografia sportiva. Quel giorno passeggia scattando fotografie ai corridori, poi per caso l’obiettivo si blocca e ruba un’immagine. E’ quella di una ragazza appena maggiorenne che vive in strada, Jeffries continua a scattare incantato dalla scena ma la giovane se ne accorge e inizia a dare in escandescenza, prende a calci scatole e lamiere che ha intorno e gli urla che non può farlo e che la deve pagare se vuole avere una sua fotografia. Completamente in imbarazzo Jeffries le si avvicina e scusandosi comincia a parlarle. Qualcosa fa clic. Da questo nasce il progetto Homeless che è stato presentato in anteprima mondiale solo nel 2014 a Roma.

Cinque anni in giro per le strade da Parigi a Los Angeles, passando per New York, Las Vegas, Miami, e poi Roma. Ogni città è diversa, eppure questa diversità è assente dai volti fotografati. Queste persone hanno tutti la stessa cittadinanza: la povertà. E povera è ogni immagine, priva di sfondo o di qualsiasi dettaglio che distragga o racconti una storia che sia diversa dalla mappe che rughe e segni  hanno inciso sui volti. Tutto è essenziale: la luce, il bianco e nero come scelta e le inquadrature semplici, frontali, dirette. Ti colpiscono con una comunicazione scandalosamente oggettiva che non fa giri e non nasconde niente, come gli occhi di queste persone che ti guardano senza aspettarsi nulla. Sono sguardi che mettono a disagio e disarmano, non permettono angoli dove nascondersi o scuse per non ricambiarli.

In un’intervista Jeffries dichiara : “La fotografia è un’autodiagnosi, sia per me che per l’osservatore e il progetto vuole essere un’esplorazione della spiritualità dell’essere umano. ‘Homeless’ porta un messaggio sociale, di ingiustizia e di sofferenza. Si tratta di fede. Amore. Compassione. Riguarda tutti noi. E’ molto più di essere homeless”.

Non credo avrebbe fatto differenza sapere se quei visi appartenessero a diverse classi sociali, di certo la vita li ha scavati e ha creato paesaggi che costose creme liftanti forse avrebbero cancellato, ma non è poi così importante sapere l’ammontare o anche solo l’esistenza di un conto in banca da correlare ad ognuno. Quello che conta è solo restituire uno sguardo senza giudizio e permettere a chi era dietro la lente di arrivare a noi; si potrebbe per una volta ascoltare senza commentare.

Jeffries riesce spesso a trascorre del tempo con le persone che fotografa, a conoscerle. L’attrezzatura che usa è basilare e affatto invasiva: la Canon 5D, un pannello riflettente e luce naturale. Il resto avviene in post-produzione. Questa modestia di mezzi e di atteggiamento è la chiave che garantisce le espressioni autentiche e genuine che consentono a questi ritratti di varcare il limite fotografico. Nella loro realtà autoptica le immagini svelano storie, emozioni, sentimenti non più singolari ma riconoscibili come propri a tutti. L’autore vi trova la spiritualità, una luce quasi divina e piena di fede, ma le fotografie travalicano anche la visione del loro artefice e si rendono autonome e libere all’interpretazione. Lo stesso Jeffries non descrive mai, né titola le immagini proprio per non creare qualcosa di “particolare”.

Lee Jeffries è rappresentato dalla parigina Mathgoth Gallery e collabora con la YellowKorner. Una parte dei proventi delle vendite è dato in beneficienza ad enti in favore degli Homeless unitamente al ricavato di eventi o esposizioni che coinvolgono il fotografo come la mostra Synergy, tenutasi a Londra nel 2016, in cui alle sue opere fotografiche sono stati affiancati i disegni dell’artista Jef Aérosol.

 

Roberta Zanutto

 

Lee Jeffries … Homeless’ Homeland

 

We are in London and Leicester Square is invaded by a marathon. It is 2008 and Lee Jeffries is a Manchester accountant with a big passion for sports photography. That day he walks taking photographs to the runners, then by chance the lens stops and steals an image: it’s the one of a girl who lives in the street. Jeffries continues to shoot enchanted by the scene but the young girl notices him and goes crazy kicking boxes and bins that surrounds her and screaming that he can not do that and he has to pay if he wants to have her photograph. Completely embarrassed, Jeffries approaches her and apologizes to start talking to her. Something clicks. This is how the Homeless project was born. It was presented in world premiere in Rome only in 2014. Five years around the streets from Paris to Los Angeles, crossing New York, Las Vegas, Miami, and then Rome. Every city is different, yet this diversity is absent from the portrayed faces. These people all have the same citizenship: poverty. And poor is every image, without background or any detail that can distract or tell a story that is different from the maps that wrinkles and signs have engraved on the faces. Everything is essential: light, black and white as a choice and simple, frontal, direct framing. They strike you with a scandalously objective way of communication that forbid you from turning around and hiding nothing, like the eyes of these people who look at you without expecting anything. Those eyes make you uncomfortable and disarm you,  they do not allow corners to hide or apologizes to use for not returning them.

In an interview Jeffries states: “Photography is self-diagnosis, both for me and for the observer, and the project aims to be an exploration of the spirituality of the human being. ‘Homeless’ brings a social message of injustice and suffering. It is about faith. Love. Compassion. It’s all about us. It is much more than being homeless “.

I do not think it would have made any difference whether those faces belonged to different social classes, certainly life has left signs on them and created landscapes that expensive lifting creams would have perhaps erased, but it is not so important to know the amount or even the existence of a bank account to be correlated with everyone. What matters is only to return a look without judgment and to allow the man or woman behind the lens to arrive at us; you could for once listen without commenting.

Jeffries often manages to spend time with the people he photographs, in order to know them. The equipment he uses is basic and absolutely not invasive: the Canon 5D, a reflecting panel and natural light. Everything else is done in post-production. This modesty of means and attitude is the key that guarantees authentic and genuine expressions that allow these portraits to cross the photographic limit. In their autoptic reality, images reveal stories, emotions, feelings that are no longer singular but recognizable as belonging to everyone. The author finds spirituality, an almost divine light and the Faith, but the portraits also transcend the vision of their creator and become autonomous and free to interpretation. Jeffries himself never describes or titled these images to not create something “particular”.

Lee Jeffries is represented by the Parisian Mathgoth Gallery and collaborates with the YellowKorner. A portion of the proceeds from the sale is given to charities in favor of the Homeless together with the proceeds of events or exhibitions that involve the photographer as the Synergy exhibition, held in London in 2016, where his photographs were accompanied by drawings of the artist Jef Aérosol.

 

Roberta Zanutto

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