The “legacy” of Vivian Maier

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La storia di Vivian Maier si colora con un nuovo colpo di scena. Sembra siano stati trovati ben 10 cugini sparsi per l’Europa fra Francia, Slovacchia, Austria e Ungheria, che potrebbero far valere il loro diritto sull’eredità della fotografa. Domani, 17 luglio 2018, la Cook County Probate Court dell’Illinois stabilirà se questo diritto esista davvero oppure no.

Vivian Maier nacque a New York nel febbraio del 1926 da padre austriaco e madre francese. Dopo la separazione dei genitori, il fratello maggiore, Charles, restò in America con il padre, mentre lei e la madre andarono a vivere per un periodo (dal 1932 al 1939) in Francia per poi tornare definitivamente negli Stati Uniti. Vivian cominciò a fotografare intorno ai venticinque anni e nel 1956 si stabilì a Chicago trovando lavoro come tata presso una famiglia che aveva tre bambini: i Gensburg. Con loro visse per 17 anni, eccettuato un periodo di 6 mesi in cui la Maier girò il mondo scattando fotografie nelle Filippine, in Thailandia e India, in Egitto, in Italia e in Francia. Fare la tata non era la sua vocazione, ma fu questo il lavoro che fece per tutta la vita. Molte altre sono state le famiglie presso cui lavorò e visse e ogni volta che si spostava portava con sé casse e casse di negativi e stampe che costituivano il suo personale archivio fotografico. Era di carattere molto discreto e introverso, tanto che nessuno vide mai i suoi scatti finché fu in vita e molti dei rullini finirono per non venire neanche sviluppati. La sua passione per la fotografia era una vera e propria pulsione, fotografava di tutto: scene di strada, persone, palazzi e particolari. Girava per le strade con un cappello in testa, indossando spesso comode scarpe da uomo e, sia che fosse con i bambini che da sola nel suo giorno libero, aveva sempre con sé la macchina fotografica. La sua fu una vita silenziosa e solitaria. Non si sposò mai e non ebbe figli, anche il fratello morì in un manicomio del New Jersey  senza lasciare eredi.  La vecchiaia fu molto dura dal punto di vista economico, Vivian all’epoca versava in pessime condizioni finanziarie,  ma per fortuna nei suoi ultimi anni di vita venne accudita da due fratelli di cui in passato era stata la bambinaia. Tuttavia il box dove aveva stipato tutto il suo materiale fotografico andò all’asta nel 2007 perché non aveva potuto pagarne gli ultimi affitti.

Tutti quelle fotografie vennero acquistate a scatola chiusa, da un agente immobiliare di Chicago, John Maloof, che pagò l’intero archivio meno di 400 dollari. Maloof era alla ricerca di immagini da utilizzare per alcune sue ricerche storiche su quel quartiere della città, ma quando vide le foto capì di trovarsi di fronte ad un vero talento e sembra che fece delle indagini per trovare la Maier senza tuttavia riuscirci. L’anno successivo, il 2008, Vivian scivolò su una lastra di ghiaccio e nella brutta caduta  sbatté la testa. I due fratelli la sistemarono in una clinica privata perché avesse le migliori cure ma  poco dopo morì nell’aprile del 2009. Sembra che Maloof venne a sapere qualcosa di lei solo quando lesse il suo necrologio,  intanto aveva già da tempo cominciato a darsi da fare perché i lavori della Maier venissero esposti e mostrati dedicandogli tempo e finanze e ricavandone profitti.

Nel 2014 un ex fotografo freelance e avvocato di Chicago, David C. Deal, trovando ingiusta la situazione, ha deciso di fare causa a Maloof. Negli Stati Uniti infatti possedere negativi e stampe non vuol dire detenere anche il copyright dei lavori e quindi non è legale ottenerne profitti. Deal ha ingaggiato dei genealogisti per rintracciare il parente più prossimo della Maier, Francies Baille, figlio di un cugino dei genitori, che vive tuttora in Francia. Anche Maloof, dal canto suo, ha detto di aver proceduto nello stesso modo in passato e di aver ritracciato però come parente più prossimo un’altra persona, tale Sylvain Jaussaud, e di avergli pagato una somma non chiarita. Maloof ha sempre sostenuto che sin dall’inizio ha voluto percorrere le vie legali e che da tempo ha fatto richiesta per ottenere il copyright delle opere, che però ancora non gli è ancora stato concesso. Nel frattempo continua comunque a promuovere il lavoro della Maier. La causa probabilmente andrà avanti per anni dato che si dovrà tenere presente non solo la legge statunitense ma anche quella francese. In ogni caso l’ufficio dell’amministrazione della contea di Cook di Chicago ha inviato lettere a Maloof e agli altri collezionisti, che stanno continuando a vendere le opere della Maier, avvisandoli della possibilità di incorrere in future cause legali per l’eredità della fotografa. Ed ora ecco spuntare i ben 10 eredi, forse! Questi i fatti, quelli legali.

Al di là dell’aspetto puramente giuridico però, quello che c’è da domandarsi è se sia giusto mostrare e guadagnare (in qualsiasi modo questa venga fatto, legalmente o meno) dalle fotografie della Maier che in vita volle mostrare a nessuno i suoi scatti, lasciando perfino non sviluppati centinaia di rullini. Questa donna fotografava per se stessa, era il suo modo di vivere, di trovare il suo spazio. Guardare le sue foto è come leggere dei diari intimi e privati, è davvero giusto farlo? Qualcuno può sostenere che se ci si fosse fermati di fronte a tali remore morali forse molte scoperte fatte nell’arco della storia, e non solo dell’arte, non sarebbero mai avvenute, qualcun altro potrebbe dire che tutto ciò che è espressione “artistica” vuole intrinsecamente, nell’atto stesso della sua nascita, uno spettatore… e si potrebbe andare avanti così a lungo ad esaminare la questione da mille angolazioni, ed ognuna avrà la sua verità.

Personalmente ogni volta che so di una mostra della Maier non riesco a evitare di andare a visitarla e quando mi trovo davanti alle sue fotografie vengo travolta da emozioni contrastanti: sono avvolta dalla bellezza e dalla schietta spontaneità della vita che raccontano, quella dei piccoli gesti e dei piccoli dettagli quotidiani, gli stessi dettagli che mandano avanti l’esistenza. Mi ritrovo travolta da un senso di gratitudine, per essere stata testimone di queste finestre sulla vita ma nello stesso tempo mi riempio anche di vergogna e di senso di colpa perché sento di trovarmi in uno spazio intimo, privato, in cui in fondo Vivian Maier non mi ha mai invitata.

Roberta Zanutto

 

The “legacy” of Vivian Maier

The story of Vivian Maier has a new turn of events. It seems there are as many as 10 cousins ​​scattered across Europe between France, Slovakia, Austria and Hungary, who could assert their right to the legacy of the photographer. Tomorrow, July 17, 2018, the Cook County Probate Court of Illinois will determine whether this right really exists or not.

Vivian Maier was born in New York in February 1926 from an Austrian father and a French mother. After the separation of the parents, while the older brother, Charles, remained in America with his father, she and her mother moved to France for a period (from 1932 to 1939) and then return permanently to the United States. Vivian began photographing around the age of twenty-five and in 1956 settled in Chicago. There she worked as a nanny for a family that had three children: the Gensburg. She lived with them for 17 years, except for a period of 6 months in which Maier traveled the world taking photographs in the Philippines, in Thailand and India, in Egypt, in Italy and in France. Being a nanny was not her vocation, but this was the job she did for a lifetime. Many others were the families where she worked and lived and every time she moved,  she brought with her boxes and boxes of negatives and prints, her personal photographic archive. She was very discreet and introverted, so that no one ever saw her photgraphs until she was alive and many of the films end up to be never developed. Her passion for photography was a real compulsion, she took pictures of everything: street scenes, people, buildings and details. She wandered the streets with a hat on her head, often wearing comfortable men’s shoes and, whether she was with children or alone on her day off, she always had her camera around the neck. Her life was  silent and solitary. She never married and had no children, even his brother died in a mental insitution in New Jersey without leaving heirs. Old age was very hard from an economic point of view, at the time Vivian was in bad financial condition, but fortunately in her last years two brothers, who she had previously been the nanny, took good care of her; however, the boxes where she had crammed all her photographic material went to auction in 2007 because she could no longer pay the rent.

All those photographs were bought, in a sealed box, by a Chicago real estate agent, John Maloof, who paid them less than $ 400. He was looking for images to be used for some of his historical research on the city. When Maloof saw the photos he realized he was facing a real talent and it seems that he did some research to find Miss Maier without succeeding. The following year, 2008, Vivian slipped on a sheet of ice and hit the head in the bad fall. The two brothers settled her in a private clinic in order to have the best care but shortly thereafter she died in April 2009. It seems that Maloof learned something about her only when he read her obituary, but in the meantime he had already begun to work hard to display and show the photographs of Vivian Maier, dedicating time and money to this purpose and obtaining profits from it.

In 2014 a former freelance photographer and Chicago lawyer, David C. Deal, found the situation unjust and decided to sue Maloof. In fact, in the United States owning negatives and prints does not mean to hold even the copyright of the works and therefore it is not legal to obtain profits. Deal  hired genealogists to track down Maier’s closest relative, Francies Baille, son of a cousin of his parents, who lives in France. Maloof, on his side, also said that he had proceeded in the same way in the past and that he found out another person instead, Sylvain Jaussaud, as her next of kin, and that he had paid an amount of money that had not been clarified. Maloof has always maintained that from the beginning he wanted to take the legal route and that he has been applying for a long time to obtain the copyright of the photographs, which he has not yet received. In the meantime, however, he continues to promote Maier’s photography. The lawsuit will probably go on for years since it will have to keep in mind not only US law but also French law. In any case, the Chicago County Cook County administration office has sent letters to Maloof and other collectors, who are continuing to sell Maier’s works, warning them of the possibility of incurring future lawsuits for the legacy of the photographer .And now here there are 10 heirs, perhaps! These are the facts, the legal ones.

Beyond the purely legal aspect, what is there to ask is whether it is fair to show and earn (in any way this is done, legally or otherwise) from the photographs of Vivian Maier who in her life wanted to show her photographs to anyone , leaving even undeveloped hundreds of rolls. This woman photographed for herself, it was her life, a way to find her place. Looking at her photos is like reading an intimate and private dairy, is it really right to do it? Someone can argue that if we were stopped by such a moral remorse, perhaps many discoveries made in history, and not only art history, would never have happened; someone else might say that all that is  an”artistic” expression wants intrinsically, in the very act of its birth, a spectator … and this could go on for so long to examine the situation from thousand angles, and each will have its truth

Personally whenever I heard of a Vivian Maier exhibition I can not avoid going to visit it and every time when I stand in front of her photographs I get overwhelmed by conflicting emotions: I’m enveloped by the beauty and the spontaneity of the life they tell, the one of small gestures and daily details, the same details that send forth existence. I find myself overwhelmed by a sense of gratitude, for having witnessed these windows on Life but at the same time I am also filled with shame and guilt because I  find myself in an intimate place where, in the end, Vivian Maier never invited me.

Roberta Zanutto

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