Emile Zola, il fotografo.

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Nato a Parigi nel 1840 da famiglia di origine veneziana, Emile Zola è noto per essere l’indiscusso padre del Naturalismo. Intenzionato sin da giovane ad intraprendere la carriera giornalistica e letteraria, studia con passione gli scrittori realisti Balzac e Flaubert, nonché le teorie positivistiche di Darwin. Da questo fertile terreno germoglia la sua concezione del romanzo come opera “sperimentale”, calando nella narrativa gli stessi criteri, primo su tutti l’obiettività, che guidavano la ricerca scientifica di quegli anni. La scrittura diveniva così strumento di indagine, la parola un bisturi con cui sezionare ogni aspetto della vita per analizzarlo, la penna un veicolo di trascrizione e documentazione dei mali sociali. Il linguaggio adatto a questa ricerca necessitava di crudezza e di essenzialità, doveva essere un linguaggio metodologico, clinico, scientifico. Per archiviare le proprie osservazioni Zola prese allora in prestito un’idea da Balzac: scrivere un ciclo di romanzi, una sorta di enciclopedia della vita, focalizzato su un’umanità dedita a “bagordi, dimentica delle sofferenze degli umili e dedita al vizio come sua unica divinità”. Una ricerca approfondita sugli aspetti sociali dei più umili e della quotidianità, un’indagine minuziosa e sperimentale sul vizio, le abiezioni e le mille sfaccettature della corruzione. Zola volle essere un testimone ma senza la compassione o il giudizio, la narrazione doveva essere sterile, non lasciar trapelare emozioni o sentimenti.

Ma tutto questo è già noto, ciò che invece è un aspetto sconosciuto o solamente trascurato è “Zola il fotografo”.

Dal 1894 ormai cinquantaquattrenne egli si dedicò infatti all’arte della fotografia. Il suo avvicinamento a questo mezzo avvenne quasi certamente su consiglio dell’amico e celebre fotografo Nadar. La scusa era quella di ampliare e catalogare in qualche modo il materiale per le sue opere narrative. Innamorato del nuovo mezzo, Emile Zola non lascia dubbio sul fatto di aver compreso da subito il potenziale della fotografia come testimonianza, svariate sono le immagini che scattò a scene di vita urbana, alcune così immediate che è difficile non osservarle come delle vere e proprie istantanee. Il suo stile, se è lecito parlarne in questi termini, è da iscriversi quindi alla moda degli snapshots, fotografie immediate, catturate per le strade per racchiudere sulla lastra, o la pellicola, il momento sfuggente. Pur avendo sperimentato il mezzo anche dal punto di vista artistico, come negli innumerevoli ritratti, sembra che gli scatti urbani, nella loro rapida innocenza, restituiscano meglio quella che era la visione, anche letteraria, di Zola. Non è difficile infatti trasferire una frase come la seguente anche su di un piano di ricerca fotografica:

“Il romanziere come lo scienziato deve essere insieme osservatore e sperimentatore, considera l’arte come una riproduzione oggettiva del reale governata dalle leggi della natura, rivendica l’impegno morale dello scrittore che, mettendo in luce le cause dei fenomeni sociali, deve indurre la società stessa a intervenire per modificarli e migliorarli”.

 Le fotografie furono rese pubbliche solamente nel 1979 con la pubblicazione del libro “Zola photographer” e dopo la morte del nipote, avvenuta nel 1989, le sue 10 macchine fotografiche, tutti gli album, le lastre e le stampe vennero messe all’asta per circa 60,000€.

Zola fu grandioso descrittore delle folle, delle masse sociali, dei loro drammi e dell’atmosfera di predestinazione, di impossibilità di sfuggire al disegno del destino che spesso contraddistingue la vita dei ceti bassi della società a lui contemporanea. Fra le migliaia di scatti, di quadretti familiari e paesaggi scattati negli otto anni prima di morire, Emile Zola lascia come eredità fotografica una gran quantità di scene di vita, spesso parigina, che vanno ad integrare in modo figurativo quelli che sono stati i suoi primari strumenti di lavoro: le parole.

 

Roberta Zanutto

 

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