Nel cassetto dei sogni di Jamie Baldridge…

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Improvvisamente una finestra si rompe. La deflagrazione ci perviene in modo ovattato eppure siamo colpiti dal suono cristallino delle mille schegge di vetro che sbattono l’una sull’altra veicolate dall’onda d’urto. Questo a volte è sufficiente per farci tornare alla realtà, sono momenti simili quelli in cui di solito si passa dalla sospensione della dimensione onirica a quella più grigia, pesante di gravità e spesso anche più inospitale che ci accompagna durante le ore di veglia. E lo spostamento d’aria innescato dall’esplosione lo sentiamo ancora tutto sulla nostra pelle, come un vento distruttivo, è qualcosa che ci portiamo dietro dal mondo ineffabile che abbiamo appena abbandonato, similmente al momento in cui, dopo essere usciti dal mare, portiamo ancora su di noi il suo sale. Questa è una delle sensazioni che ci invadono e ci imprigionano alla vista delle opere di Jamie Baldridge. L’artista ricrea un universo intimo e personale, assolutamente criptico e codificato, un mondo che appartiene e affonda interamente le radici nel sogno e nell’inconscio. Ogni legge razionale è bandita se non la logica dell’anima che segue percorsi e ragioni a lei solo conosciuti e dove nessun tipo di criterio ha motivo d’essere. I desideri, le rabbie, le speranze si condensano in oggetti-simbolo che racchiudono in loro ricordi dell’infanzia e fotografie mentali di quell’età che costruisce la nostra ossatura, la nostra vera colonna vertebrale. Ogni particolare che Baldridge mette in scena è essenziale alla sua sibillina funzionalità, niente è là per caso, tutto viene studiato, quasi vivisezionato.  Personaggi che sono la scena di se stessi, con la mente incorniciata nella tela dei propri pensieri, sono concentrati ad osservare con attento interesse l’oggetto-arcano che poggia su di un tavolo, uno spugnoso sasso che àncora ad una realtà tanto lontana dal luogo che occupano da essere solo un remoto passato studiato come un reperto archeologico, con tanto di cartellino esplicativo, quasi fosse un indizio, una prova di un laboratorio di criminologia. E tutto intorno scheletrici disegni di insetti sono appesi alle pareti come foto segnaletiche. E’ forse l’Indagine la chiave di lettura più plausibile che possiamo ritrovare nei suoi lavori, come se gli attori delle sue visioni volessero investigare dall’interno la loro stessa essenza. Un uomo seduto ad un tavolino ascolta e immagazzina, archiviandoli su di un impensabile strumento-telegrafico, i cinguettii silenziosi di volatili in gabbiette, quasi che quelle melodie possano condurlo alla risposta universale, alla conoscenza in se per sé.  E’ bene però che troppa tracotanza sia punita, come l’uomo chino ad osservare il movimento di un planetario. Le frecce lo colpiscono alla schiena eppure egli sembra non accorgersene e continua, come un ligio impiegato, ad eseguire la procedura, probabilmente appuntata sul foglietto stretto fra le mani dietro la schiena. E poi l’uomo che, con invidiabile determinazione, inchioda la sua mano con chiodi da nove centimetri seguendo la guida di una strana enciclopedia di medicina orientale, forse ipotizzando che la mano, collegata alla mente, sia in grado di far luce su quelle che sembrano camere dei ricordi in cui spera di ritrovare un amore perduto o una vacanza dispersa, affondata nel mare di una vita terrena. Decriptare tali immagini è non solo un’appagante avventura estetica, ma anche un viaggio nelle strutture intime di tutti noi, in quei luoghi in cui si innesca il grande marchingegno che è l’anima, regina in trono servita dall’emozione e il sentimento. Il carburante/nutrimento è l’esperienza che verniciata e truccata di ricordo sedimenta se stessa nell’humus del nostro ignoto. I nostri sogni, una volta aperti gli occhi, si nascondano alla nostra mente, si rifugiano nella loro ombra e tengono gelosamente stretto a se il proprio segreto.

Baldridge compone, scompone e poi ricompone, destruttura in immagini ciò che germoglia nei nostri cassetti interiori. Prendendo a piene mani dagli archivi onirici resuscita figure e stanze meravigliosamente cariche di simboli, cristallizzate come su di un vetrino da laboratorio. A differenza dei nostri sogni opachi, nebulosi e sfuggenti dalla nostra comprensione, le sue immagini sono nitide, luminose, precise fin nei minimi particolari.

L’artista nasce nel 1975 in un piccolo paesino del profondo sud degli Stati Uniti, ha un’infanzia coltivata stancamente all’ombra del cattolicesimo e dopo aver studiato teologia e scrittura creativa alla Louisiana State University, si diploma in Fotografia e per un po’ fa i più svariati lavori nell’ambito fotografico; ora insegna alla University of Louisiana a Lafayette. Le sue opere e gli scritti sono reperibili presso diverse gallerie e collezioni sia pubbliche che private. Il suo primo libro intitolato The Everywhere Chronicles è stato pubblicato nel 2008.

Roberta Zanutto

 

 

 

In Jamie Baldridge’s drawer of dreams …

Suddenly a window breaks. The blast comes to us in a hushed yet we are struck by the clear sound of a thousand shards of glass banging on each other borne by the shock wave. This is sometimes enough to get us back to reality, such moments are those in which you usually pass by the suspension of the dream dimension to the more gray, heavy of gravity, even more inhospitable that often accompanies us during waking hours. And we still feel the blast triggered by the explosion on our skin, like a wind-destructive; it is something we carry with us from the unspeakable world that we just left, similar to the moment when, after exiting from the sea, we still bring upon us its salt. This is one of the sensations that invade us and imprison us viewing the works of Jamie Baldridge. The artist creates an intimate and personal universe, quite cryptic and coded, a world that belongs entirely and deeply rooted in the dreams and the unconscious. Every rational law is banned unless the soul that follows the logic paths and reasons known only to her, and where no policy has reason for being. The desires, angers, hopes are condensed into symbolic objects that contain in themselves  childhood memories and mental pictures of that age that builds our bones, our true spine. Every detail that Baldridge stages is essential to its enigmatic features, nothing is there by chance, everything is studied, almost dissected.
Characters are the scene of themselves, with the mind framed in the canvas of heir thoughts, they  are concentrated to observe with keen interest in the object-mystery that rests on a table, a spongy rock that anchors to a reality so far removed from the one they’re living in the moment that it seems just a distant past as an archaeological study, complete with explanatory labels, like a clue, evidence of a crime lab. And all around skeletal drawings of insects are hung on walls like mug shots. And perhaps  the investigation is  the more plausible  key we can find in his works, as if the actors wanted to investigate its visions from their very essence. A man is sitting at a table and is listening, he stores and stores, on an unusual telegraph, the quiet chirping of birds in cages, as if those melodies can lead to the universal answer, if not the knowledge itself. And ‘it’s good that too much hubris is punished, as the man bent over to observe the movement of a planetarium. The arrows hit him back but he seems not to notice them and continues, as a loyal employee, to perform the procedure, probably pinned on the paper tightly folded in his hands behind his back. And then the man who, with enviable determination, nailing his hand with nine inch nails by following the guidance of a strange encyclopedia of oriental medicine, perhaps assuming that the hand, connected to the mind, is able to shed light on the memory-rooms  where he hopes to regain a lost love or lost a holiday, sunk in a sea of ​​earthly life.
Decrypt these images is not only a satisfying aesthetic adventure, but also a journey into the intimate structures of all of us, in those places where it’s triggered the big machine that is the soul, queen on the throne served by emotion and sentiment. The fuel / nourishment is the experience that, dressed up and painted, settles herself in the humus of our unknown. Our dreams, once we open our eyes, are  hidden from our mind, they take refuge in the shade and keep jealously close their secrets.
Baldridge build up, fall apart and then reassembled, deconstructs what springs up in pictures in our inner drawers. He takes with both hands from the archives of our dreams figures and rooms full of wonderfully symbols, crystallized as on a laboratory slide. Unlike our dreams that are opaque, nebulous and elusive from our understanding, his images are crisp, bright, accurate in every detail.
The artist was born in 1975 in a small town in the Deep South of the United States and has grown weary childhood in the shadow of Catholicism, and after studying theology and creative writing at Louisiana State University and graduated in Photography. He did a wide variety of works in photography and now teaches at the University of Louisiana at Lafayette. His works and writings are available at various galleries and collections both public and private. His first book entitled The Everywhere Chronicles was published in 2008.

Roberta Zanutto

 

2 risposte a "Nel cassetto dei sogni di Jamie Baldridge…"

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