Julia Margaret Cameron: Il viaggio controcorrente nel mondo della fotografia di una donna dell’età vittoriana.

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In un celebre saggio tratto dalle sue conferenze sulla storia letteraria delle donne, Virginia Woolf si domanda come sarebbe andata se Shakespeare avesse avuto una sorella e ne crea una fittizia: Judith, che pur possedendo le stesse potenzialità del grande bardo si sarebbe vista negare, dato il sesso femminile,  tutte quelle opportunità di sviluppare il proprio talento di cui invece poté godere il celeberrimo fratello. Ciò su cui la Woolf vuole porre l’attenzione è proprio la diversità di trattamento riservato al genere femminile operata sino ad allora dalla società patriarcale. Il fatto che fino a quel momento la presenza in letteratura delle donne avesse ricoperto un ruolo unicamente marginale, secondo l’autrice sembra essere dovuto non a mancanza di talenti, quanto più ad una impossibilità di raffinarli o anche solamente esprimerli senza che per questo la donna venisse tacciata di “pazzia”.

Calare un simile schema anche nell’ambito della storia della fotografia necessita di una doverosa differenziazione dovuta al fatto che, essendo questa una nuova arte che non affondava le sue radici su tradizioni lungamente consolidate, questa lasciava aperto un maggiore spiraglio attraverso cui il genere femminile ha potuto segnare qualche punto in più rispetto allo scenario descritto dalla Woolf. Si affacciarono quindi sul panorama fotografico molte più donne di quanto, in proporzione, non lo fecero nel campo letterario, o artistico in genere.

Una delle figure più stravaganti e affascinanti fra queste paladine del nuovo linguaggio fu Julia Margaret Cameron.

Nata a Calcutta all’inizio dell’ 800 da famiglia benestante, il padre era un ufficiale inglese della Compagnia Britannica delle Indie Orientali, passò l’adolescenza in Francia tornando poi nelle Indie per sposarsi con Charles Hay Cameron. Una volta che il marito si fu ritirato dagli affari, acquistarono una proprietà sull’isola di Wight chiamata Dimbola Lodge, oggi sede del museo dedicato alla fotografa. In quest’oasi la Cameron creò un vero e proprio salotto intellettuale dell’età vittoriana frequentato da molti letterari ed esponenti del mondo della scienza fra cui è possibile annoverare Thomas Carlyle, Robert Browning, Alfred Tennyson, George Frederick Watts, John Herschel e Charles Darwin. Da tutti loro ci pervennero testimonianze sul carattere travolgente e assolutamente coinvolgente della loro ospite. La sua passione per la fotografia nacque nel 1863 dopo aver ricevuto in regalo dalla figlia una macchina fotografica, molto rudimentale e anche poco luminosa a dir la verità, che le permise l’utilizzo di lastre 9×11 pollici. L’amore per questo nuovo mezzo fu immediato, tanto che la Cameron allestì un vero e proprio laboratorio fotografico riconvertendo un pollaio in una enorme stanza a vetri con tendaggi per filtrare e regolare la luce. Fu quella che lei chiamò la sua Glass House. Gli amici e i familiari lasciarono vivide testimonianze di come la padrona di casa li coinvolgesse in lunghe sedute fotografiche all’interno della confusionaria e senz’altro scomoda “casa di vetro”. Il suo lavoro fu spesso criticato e denigrato per la sua imperfezione, è facile trovare graffi o polvere a deturpare le emulsioni delle sue lastre al collodio, così come macchie e sbavature sulle sue stampe. La sua formazione “autodidatta” ( in realtà usufruì spesso degli insegnamenti e consigli di amici fra i quali uno dei padri della fotografia come Oscar Gustave Rejlander o anche John Herschel, astronomo e chimico che molto giovò alla storia della fotografia) diede adito, presso i suoi contemporanei, a varie accuse le principali delle quali ruotavano intorno alle sue totali carenze tecniche, prima fra tutte l’imperfetta messa a fuoco, quello stesso soft focusche fu invece segno caratterizzante della sua poetica. La Cameron lo usava a volte ai limiti del fuori fuoco per ricreare un effetto di morbidezza che ben si sarebbe sposato con i gusti della successiva fotografia pittorialista.  Di certo fu facile cadere vittima di tali accuse se si pensa che proprio in quel periodo il maggior riconoscimento che veniva tributato all’arte fotografica era proprio quello di essere il più fedele specchio della realtà! L’autrice navigò quindi controcorrente, convertendo e capovolgendo quelli che erano i punti forti a favore delle fotografia ad un proprio uso estetico, prescindendo dalla tecnica per ricreare una propria poetica e una propria originale vena artistica. Oltre agli innumerevoli ritratti di amici e familiari, fra cui nipoti e nipotine spesso corrotti e convinti alla lunga ed estenuante posa con la promessa di leccornie e balocchi, la produzione della Cameron fu prolifica di allegoriche mise en scene, in cui ricreava ambientazioni di carattere soprattutto letterario con ritratti di gruppo in costume. Utilizzò questo tipo di fotografia per illustrare ad esempio il volume “Idylls of the King” dell’amico e poeta Alfred Tennyson. L’approccio entusiastico con cui la Cameron dedicò completamente se stessa alla fotografia è raccontato con spontaneità e spesso ironia in una sorta di diario che l’autrice scrisse in quegli anni e che pubblicò nel 1889 con il titolo di “Annals of My Glass House”, in cui si ravvisa però anche una particolare e genuinamente nuova riflessione sul mondo della fotografia dell’epoca. La sua attività si fermò nel 1875 quando la famiglia si trasferì di nuovo a Ceylon, dove l’impossibilità di reperire materiale fotografico e le condizioni climatiche avverse le impedirono di portare avanti la propria passione.

La Cameron, che peraltro fu la prima donna ammessa alla Royal Photografic Society, dopo una postuma rivalutazione da parte della critica è ancora oggi un’autrice magnetica e affascinante.

 

Roberta Zanutto

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