David Bradford: Drive-By Shootings

New York is certainly one of the most photographed cities all over the world. Its views are renowned, its corners familiar even to those who never walked in the city that never sleeps. The vision of one of the most unsuspected people, one of those silently slipping presences that crosses our path every day, a taxi driver, will guide us.

David Bradford introduces immediately himself in an elusive and shady way, is he a photographer or a taxi driver who picks us up at the crossroad? Neither, but a little bit of both. He  grew up surrounded by art, as a child he has been a dancer until an injury forced him to stop, later he played the trombone and, after discovering a passion for drawing, he graduated at the Rhode Island School of Design. In New York, he worked ten years as an advertising art director for the Saks Fifth Avenue before he took the courageous decision that it was time to start doing something only for himself. Since 1990 he started driving his yellow cab with a camera always by his side. At first he started shooting for his drawings, until he understood the real value of his new interest. Inside his cab you can always find two of his photos and a portfolio at one’s disposal. One day an advertising agent he picked up was litterally enchanted by the work of his driver. He instantly fixed him an appointement believing that they could have used the photographs in some magazine or newspaper. Only three months later a journalist of the New York Times rode the cab to make an exclusive interview with Bradford. A short time later a german television channel and CBS called him to shoot a documentary based on his life. Several exhibitions in galleries and one at the Empire State Building followed. David Bradford never uses the view-finder, he lets the hand to be his eye and the windshield of the car as an additional lens of the camera. His photography overflows from the purest natural instinct, the shoots are never shaped or prepared. Simply sliding into the streets, something catches his attention and just like a hunter in an urban safari  Bradford captures this “something” on the film. This is an absolutely new, free point of view on a city with various shapes, just like a puzzle made of thousands little pieces. Wind, rain, people or even billboards on the sides of the buildings become altogether a single presence. There is no hierarchy, everything and everyone is equally nobilitated by the same magnificence, the one of the moment and the breath of the city. The crystallized visions reveal rushing and flinching framings, and it is really this absence of rules that brings a fresh, frenetic and spontaneous style to life which is extremely well fitted in a daily watching routine. It is not rare to find the hand of the photographer on the steering wheel or a wing mirror that frames a portion of reality that is yet behind us. It doesn’t mind if an utility pole stands exactly in the middle of the picture or if the upright part of the window’s car hides a big part of the scene, these are rules made only for manuals. What is important here is to catch life, even in her blind spots. Everything is stopped and stored  and yet it seems that those places do not really belong to us, as if they’re already gone as water through the fingers.

You can look up to other works of David Bradford on the website of his book: http://drivebyshootings.com

 

David Bradford: Drive-By Shootings

New York è una delle metropoli più fotografate al mondo. Le sue sfaccettature sono celebri, i suoi angoli ormai familiari anche a chi non ha mai messo piede nella città. Questa volta però lasciamo che a guidarci sia lo sguardo di una delle persone meno sospettabili, una di quelle presenze che silenziose ci sfiorano ogni giorno: un tassista.

David Bradford si presenta subito in modo sfuggente e ambiguo, è un fotografo o un tassista che ci prende su ad un incrocio? Né l’uno né l’altro e un po’ tutte e due. Nell’arte ci è cresciuto, da piccolo pratica la danza fino a che un incidente glielo impedisce, quindi studia il trombone e si appassiona al disegno diplomandosi alla Rhode Island School of Design. Trasferitosi a New York lavora per ben dieci anni come art director pubblicitario per la Saks Fifth Avenue prima di decidere, coraggiosamente, che era ora di lasciare tutto per fare qualcosa unicamente per se stesso. Ed eccolo dal 1990 alla guida del suo taxi giallo con una macchina fotografica sempre carica al suo fianco. All’inizio l’intenzione era di utilizzare il materiale fotografico come ausilio per i disegni, poi comincia a prendere coscienza della magia e della portata della sua attività. Ai lati interni della sua vettura sono sempre presenti due dei suoi ingrandimenti e in un cartellina c’è il portfolio da visionare a disposizione di chiunque voglia approfittarne. Un giorno un agente pubblicitario monta a bordo e, stupefatto dall’opera del conducente, gli fissa subito un appuntamento, dicendogli che avrebbero potute usare le fotografie per una qualche rivista. Tre mesi dopo a salire sul taxi è un giornalista che vuole intervistarlo per il New York Times, è poi la volta della chiamata da una rete televisiva tedesca e del film-documentario sulla sua vita girato dalla CBS. Ovviamente, a seguire, ci sono varie mostre in alcune gallerie della città ed all’Empire State Building. David Bradford non usa mai il mirino, lascia che la mano sia il suo occhio e il parabrezza un’ulteriore lente dell’obiettivo. La sua fotografia scaturisce dal puro istinto, le immagini non vengono mai “composte”, semplicemente nello scivolare per le vie newyorkesi qualcosa colpisce la sua attenzione e proprio come un cacciatore in un safari metropolitano ecco che Bradford la cattura su pellicola. Un punto di vista nuovo, completamente libero da schemi o impostazioni, di una multiforme città dai mille volti, come un puzzle formato da miliardi di piccole tessere. Il vento, la pioggia, le persone o gli stessi cartelloni pubblicitari, le facciate dei palazzi divengono tutti un’unica presenza. Non ci sono gerarchie di preferenza, ogni cosa, ognuno è legittimato della stessa gloria, quella dell’attimo, del respiro della città che non dorme mai. Le scene immortalate scoprono inquadrature azzardate, sussultanti ed è proprio questa mancanza di regole a dare vita ad uno stile fresco, frenetico, quasi selvaggio e, cosa ancora più importante, estremamente aderente ad un tipo di osservazione “quotidiana”. Non è raro trovare la mano del fotografo sul volante o lo specchietto laterale ad incorniciare una porzione di realtà che ci è già alle spalle, non ha importanza se un palo compare proprio nella metà dell’inquadratura o se l’ombra scura del montante della macchina si para a coprire una bella porzione della scena, qui ciò che conta è riprendere la vita, anche nei suoi angoli ciechi. Tutto viene immagazzinato, fermato, a darci il tempo di metabolizzare la scena eppure si ha comunque la sensazione che questi posti, questi volti non ci appartengano, ci siano già sfuggiti, come acqua fra le dita.

I suoi lavori sono visitabili sul sito tratto dal suo libro: http://drivebyshootings.com/index.asp.

 

Roberta Zanutto

 

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