W.Eugene Smith: Pittsburgh- Ritratto di una città industriale

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“…ritrarre una città è un compito senza fine.” W. Eugene Smith

Nel marzo del 1955 W.Eugene Smith lasciò la moglie e i quattro figli nella loro casa di Croton-on-Hudson (New York) per dirigersi alla volta di Pittsburgh. Da pochissimo si era licenziato da Life ed era entrato a far parte della Magnum. Il suo primo lavoro da freelance gli fu offerto da Stephen Lorant che gli affidò l’incarico di scattare un centinaio di immagini per commemorare il bicentenario della città dell’acciaio. Nella mente di Smith però il progetto era ben più ambizioso, quello che voleva creare era un “photo essay” che non fosse paragonabile a nulla fino ad allora visto, voleva che in quelle fotografie ci fosse l’“assoluto”, l’essenza della vita. Lorant aveva previsto che l’incarico dovesse durare all’incirca tre settimane, Eugene rientrò a New York 5 mesi dopo, in Agosto, con circa undicimila scatti ma non volle abbandonare il progetto che lo avrebbe impegnato per i successivi tre anni e che lo portò ad accumulare più di ventimila negativi. Doveva essere il suo capolavoro e, come ogni demone dell’arte, non ammetteva altro intorno a sé. Il progetto costò a Smith anche il matrimonio. Usava lavorare in casa con un assistente, che viveva con loro e lo aiutava in camera oscura. L’abitazione era molto grande, ma gli orari erano del tutto scombinati e in contrasto con la vita della famiglia. Si alzavano dopo pranzo e quando la sera tutti andavano a dormire loro continuavano a stampare per tutta la notte. Avendo bisogno di spazio per visionare e ordinare lo story-telling cominciò pian piano ad invadere il salotto e poi la sala da pranzo di stampe e pannelli. La vita divenne pressoché impossibile e le tensioni, dovute alla gestione del lavoro da parte di Eugene e alle difficoltà economiche, si fecero sempre più forti. Le operazioni di stampa erano lunghissime e meticolose. Più del 60% del risultato di una foto era basata sul lavoro di camera oscura. Eugene usava moltissimo mascherare e schiarire intere zone. Per far risaltare le figure le scontornava delicatamente usando ferrocianuro di potassio. I contrasti e le luci che il suo occhio aveva visto al momento dello scatto dovevano essere esattamente riprodotti e, dato che spesso i negativi non riportavano un’immagine così fedele, il lavoro era infinito. Le stampe sono volute cupe, scure, come velate da uno strato di grigio, forse lo stesso che i fumi delle acciaierie riversavano sulla città.

Smith aveva un carattere molto particolare, carico di un ego potentissimo che lo aveva portato a licenziarsi da Life perché la situazione era giunta ad un punto di attrito così forte da necessitare la rottura. La redazione aveva bisogno di fotografi affidabili che sapessero restare nei limiti di quelli che erano gli incarichi. Smith tendeva sempre a fuoriuscirne, se le cose non erano perfettamente come le voleva lui non si andava avanti e così veniva meno alle scadenze o alle richieste affidategli. Non era sufficiente consegnare ottime fotografie di reportage, per lui dimensione artistica e giornalismo erano un tutt’uno, non c’era separazione. Era molto esigente con se stesso e di certo la sua vita non era stata facile. Nel 1936, quando aveva 18 anni, il padre perse il suo business di cereali e si suicidò sparandosi. Nonostante una trasfusione di sangue da Eugene, i medici non riuscirono a salvarlo. Forse tutta la sua vita fu in bilico fra un senso di colpa trasmessogli dal padre e il concetto di redenzione e salvezza che gli derivava dalla profonda religiosità della madre, una fotografa amatoriale. Le prime fotografie scattate da Eugene risalgono all’adolescenza. Poco tempo dopo la morte del padre, lasciò il Kansas e si iscrisse al corso di fotografia della University of Notre Dame, ma anche la scuola gli andava stretta e la abbandonò dopo circa un anno, trasferendosi a New York dove cominciò a lavorare come freelance e nel 1939 venne assunto da Life.

L’idea della fotografia come una missione sociale iniziò a farsi strada durante gli incarichi nella seconda guerra mondiale. Le fotografie iniziarono a farsi pregne di lirismo e cominciò quella tendenza a rendere iconica ogni immagine. Questi lavori gli portarono una certa notorietà, ma purtroppo durante un’azione bellica fu seriamente ferito al viso e alla mano sinistra. Per due anni non poté fotografare e dovette sottoporsi a diversi e dolorosi interventi. Erano gli anni di Life e Eugene, una volta rimessosi, portò ancora a termine una cinquantina di incarichi, ma voleva sempre più controllo sui negativi, sulle stampe e suoi layout in generale. Da qui il licenziamento, il passaggio alla Magnum e l’incarico a Pittsburgh. La città allora era una vera e propria potenza economica per gli Stati Uniti, eppure stava già cominciando il suo declino, Pittsburgh si trovava in una fase di trasformazione molto delicata, proprio come Smith. La città portava i segni dell’evoluzione moderna, il presente continuava a mescolarsi con il passato, così come l’Uomo conviveva con la Macchina. I massacranti turni lavorativi erano disumanizzanti, nella fotografia intitolata “Forgiatore” l’operaio stesso sembra essere una protesi del macchinario che sta manovrando. Eugene studiava la città, nel suo taccuino ripercorre la sua storia, il miscuglio etnico di irlandesi, tedeschi, polacchi, ungheresi, italiani che la aveva popolata, i suoi cambiamenti e le speranze per il futuro. Non indagava la vita delle persone, dei singoli, non era loro che voleva conoscere, ma la città stessa. Nella lettera di presentazione per ottenere il finanziamento annuale del Guggenheim che avrebbe dato respiro al suo progetto garantendogli le finanze per andare avanti e vivere, scrisse: “La città come un organismo vivo, un ambiente fatto per le persone e, a sua volta, creato dalle persone, che gli danno cuore ed energia vitale. Osserverò analizzandole in profondità attraverso la lente fotografica, le persone che incontrerò durante la vita quotidiana della città. (Ma, in ogni caso, rispetterò il loro diritto morale di non vedere invasa la propria sfera privata). A differenza di altri miei saggi come La levatrice, questa volta non arriverò a conoscere (in senso fotografico) alcun individuo come una persona a tutto tondo. Perché l’individuo, in questo saggio, è una parte del gruppo che si crea all’interno di quell’insieme brulicante che è la città, al singolare. E poi il mio progetto, l’individuo da conoscere, è Pittsburgh, la Città di Pittsburgh”. Nel 1959 W. Eugene Smith pubblicò alcune delle fotografie su 38 pagine del Photography Annual accompagnandole con un testo di suo pugno, ma il progetto Pittsburgh, il sogno più ambizioso della sua vita si rivelò per lui un gran fallimento, e probabilmente non poteva essere diversamente, quando si mira alle stelle la caduta è facile. Scrisse a Minor White: “Il progetto Pittsburgh- il sogno (il sogno concretissimo che è stato anche un progetto e un piano da portare a termine) è stato vicino al tramonto molte volte nei mesi passati, ma non è mai stato abbandonato. Ho realizzato i negativi, e direi che ho stampato foto da circa duemila negativi – ma c’è ancora tanto, tanto da finire, poiché ho iniziato il progetto senza soldi e in precarie condizioni di salute, un anno di finanziamento intensivo di un progetto che era un’impresa di proporzioni non inferiori a quelle dell’opera di una vita intera. I problemi esterni sono terribili […] ma lentamente, credo, sto ancora tenendo insieme molte cose del progetto, oltre a me stesso” . Pittsburgh era forse sentita come un’ancora per la sua vita, dopo il divorzio dalla moglie si era trasferito a Manhattan in un edificio dove si suonava Jazz e continuava a fare uso di droghe e alcool, eccessi che lo accompagnavano da tutta una vita. Dal 1957 al 1965 fotografò musicisti da cui trasse il Jazz Loft Project. In seguito si trasferì in Giappone e qui attraverso la fotografia denunciò al mondo la realtà di Minimata. Nel 1974 ritornò negli Stati Uniti, in Arizona, con la nuova moglie. Quattro anni dopo, nell’ottobre del 1978, venne stroncato da un infarto, nel conto in banca aveva solo 18 dollari, ma lasciava migliaia di negativi.

Di fronte al suo lavoro la sensazione è quella di trovarsi al cospetto di qualcosa che, se pure è possibile vedere, non si può afferrare completamente, come se ci fosse un senso ultimo a cui non si arriva, che resta in ombra o che non si può leggere senza una chiave di codifica. E forse in fondo, se il significato di tutto è proprio questo, l’opera di W.Eugene Smith è tutt’altro che un fallimento. E’ quella luce che rompe l’oscurità, quel contrasto fra bianco e nero, velato di grigio.

 

“Sto cercando ciò che è veramente reale nel mio cuore: e quando l’avrò trovato, potrò stargli umilmente a fianco e dire: Ecco qui, questo è ciò che sento, questa è la mia onesta interpretazione del mondo; e non è influenzata dal denaro, da inganni o da pressioni –tranne la pressione della mia anima”.

W.E.S.

 

Al MAST di Bologna, fino al 16 settembre, sarà possibile visitare la mostra dove sono esposte 170 fotografie formato 20×30, gentilmente prestate dagli archivi del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh.

Mercoledì 6 Giugno 2018, alle ore 18.30, SAM STEPHENSON parlerà di W.Eugene Smith: IL LAVANDINO DI W. EUGENE SMITH: DA PITTSBURGH AL LEGGENDARIO LOFT DEL JAZZ A NEW YORK

 

Roberta Zanutto

 

 

 

 

 

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