The visible absence of color in Pierre Pellegrini’s photography

Is it that by its indefiniteness it shadows forth the heartless voids and immensities of the universe, and thus stabs us from behind with the thought of annihilation, when beholding the white depths of the milky way? Or is it, that as in essence whiteness is not so much a colour as the visible absence of colour; and at the same time the concrete of all colours; is it for these reasons that there is such a dumb blankness, full of meaning, in a wide landscape of snows–a colourless, all-colour of atheism from which we shrink?

-Moby Dick- Herman Melville

In front of the blinding white you can often feel a strong feeling of unease. White tends to arouse attention, to stimulate the senses; all our feelings are alerted, excited.

Sometimes white is considered as an absence of color, perhaps even more than pure black. And it is precisely the absence that creates discomfort because it places each of us in front of what is unknown, a space to be filled.

Imagine what could be the dismay in finding ourself in a landscape where sky and earth are dyed with unlimited white, where there are no other presences, not a shape, although far away, that can be recognized by our sight.

It’s like being in a thick fog and then slowly the fog clears and begins to emerge a shape. The Form is what still exists to us, something that gives us back the comfortable normality of reality after the fear experienced in that luminous blank. If there is Form, there is something we can understand, something that our senses can process. The shape is a tree and, as its roots engage it to the solidity of the ground, so its sight brings us down to earth. Pierre Pellegrini immortalized it in this way, solitary and stripped of everything in the midst of the most immaculate white, like a titan facing a spatiality that is far too destabilizing and slippery, represented by the inclined soil where the roots sink, even if the angle of this “protagonist” shouts the need for a purer and more direct verticality.

These trees, which survive in the ethereal photographs of the author, make us think of thin skeletons, thin and fragile veining that nature gives us back in the most disarming essentiality.

Their branches seem to open in the void, stretched to grab nothing more than air, but other times, as in “Three brothers”, they join together, tighten neighbours, to give themselves strength in an embrace nourished by the most primordial solidarity, the one that pushes to carry on life, to perpetrate it forever and in any case.

It is a moving, desperate and courageous embrace, because in the presence of nothingness the similar is sometimes rediscovered. In “Life in the snow”, in fact, despite the “formal” diversity, men and trees are dressed in the same grayness, each mirroring the other. It could even hypothesized that the movement does not belong only and exclusively to the human race, as well as the ability to experience emotions, because of the strong “expressiveness” of these bodies of barks.

The photographer gives us a substantial and pure vision of a silent, reflective and disarming life in its primitive vitality.

 

Roberta Zanutto

 

L´assenza visibile del colore nella fotografia di Pierre Pellegrini.

E´ forse perchè con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità
disumane dell´universo e, in tal modo, ci colpisce alle spalle con il pensiero
dell´annullamento, quando contempliamo le bianche profondità della Via Lattea?
O è forse perché, nella sua essenza, il bianco non è tanto un colore quanto
l´assenza visibile del colore e, al tempo stesso, la fusione di tutti i colori; è
forse per questi motivi che c´è una così muta vacuità, piena di significato, in
un vasto paesaggio nevoso – un incolore onnicolore d´ateismo dal quale
rifuggiamo?

-Moby Dick- Herman Melville

 

Di fronte al bianco accecante spesso si può avvertire una forte sensazione di disagio. Il bianco tende a destare l’attenzione, a sollecitare i sensi; tutto il nostro sentire è all’erta, eccitato. A volte il bianco è considerato come un’assenza di colore, forse anche più di un nero puro. Ed è proprio l’assenza che crea il disagio perché pone ognuno di noi di fronte a ciò che è ignoto, ad uno spazio da riempire. Si immagini allora quale potrebbe essere lo sgomento trovandosi in un paesaggio dove cielo e terra siano tinti di un bianco illimitato, dove non ci siano altre presenze, non una sagoma, seppur lontana, che possa essere recepita dalla nostra vista. Un po’, insomma, come trovarsi in una nebbia fittissima e poi piano piano la nebbia si dirada e comincia ad emergere una forma. La forma è ciò che ci ancora a noi stessi, che ci restituisce la confortevole normalità del reale dopo il timore provato in quel lattescente vuoto. Se c’è forma, c’è qualcosa che siamo in grado di comprendere, qualcosa che i nostri sensi possono elaborare. La forma è un albero, come le sue radici lo innestano alla solidità del terreno, così la sua vista riporta noi con i piedi per terra. Pierre Pellegrini lo ha immortalato così, solitario e spogliato di tutto nel mezzo del bianco più immacolato, come un titano che affronta una spazialità per noi fin troppo destabilizzante e scivolosa, rappresentata dal terreno inclinato in cui le radici affondano, anche se l’angolazione di questo “protagonista” grida la necessità di una verticalità più pura e diretta. Questi alberi, che sopravvivono nelle eteree fotografie dell’autore, fanno pensare ad esili scheletri, sottili e fragili nervature che la natura ci restituisce nella più disarmante essenzialità. I loro rami sembrano aprirsi nel vuoto, tesi ad afferrare niente più dell’aria, ma altre volte come in “Three brothers”, essi si coalizzano, si stringono vicini per darsi forza in un abbraccio nutrito dalla più primordiale solidarietà, quella che spinge a portare avanti la vita, a perpetrarla sempre e comunque. E’ un abbraccio commovente, disperato e coraggioso, perché di fronte al nulla a volte si riscopre il simile. In “Life in the snow” infatti, nonostante la diversità “formale” uomini e alberi sono vestiti dello stesso grigio, ognuno specchio dell’altro. Si potrebbe perfino ipotizzare che il movimento non appartenga solo ed esclusivamente alla razza umana, così come la capacità di provare emozioni vista la forte “espressività” di questi corpi di corteccia. L’autore ci fa dono di una visione sostanziale e pura di una vita silenziosa, riflessiva e disarmante nella sua primitiva vitalità.

 

Roberta Zanutto

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