Miroslav Tichy: la fotografia attraverso il fondo di una bottiglia.

Miroslav Tichy è un artista-artigiano, che muovendosi anonimo per le strade fotografa attraverso fondi di bottiglia e crea immagini che per luminosità, contrasto e soft focus ricordano le fotografie prodotte dai primissimi apparecchi “ufficiali”. Nelle sue opere, predominante, è la figura femminile, ossessivamente immortalata mentre affretta il passo o prende il sole ai bordi di una piscina. Il suo guardare non è mai voyeuristico, nulla ha a che fare con la sessualità, semmai si confronta con la sensualità, quella racchiusa nei piccoli gesti della vita quotidiana.

 

Tichy nasce nei pressi di Kyjov in Cecoslovacchia nel 1926. Negli anni ’40 frequenta l’Accademia di Belle Arti di Praga, periodo in cui la sua produzione consiste in quadri per lo più modernisti. L’istruzione allora voleva che si seguissero i dettami socialisti e la maggior parte dei dipinti dovevano raffigurare le classi lavoratrici. Insofferente a queste limitazioni, Tichy si ritira dall’Accademia e poco dopo si trova costretto a svolgere la leva militare. Tornato a casa, riprende a disegnare e dipingere per se stesso, alienandosi dalla politica del Partito Comunista e rifiutando radicalmente il mondo dell’arte ufficiale. A Kyjov, insieme ai genitori, conduce una vita così spartana da rasentare la povertà. L’atteggiamento anticonformista lo porta però ad avere problemi con le autorità. Viene spesso incarcerato e addirittura rinchiuso per diversi periodi in cliniche psichiatriche nel tentativo di “normalizzarlo”. Negli anni ’60 abbandona i pennelli per scattare fotografie utilizzando macchine da lui stesso costruite con barattoli di passata di pomodoro a cui vengono applicate lenti di plexiglass o vetro, pulite adoperando una mistura di dentifricio e cenere. Gira per la città fotografando di nascosto le persone, soprattutto donne, spesso da lontano grazie a ingegnosi teleobiettivi di propria fabbricazione. Scatta una media di quasi 90 fotografie al giorno; su alcune dopo averle stampate aggiunge delle linee come a ridisegnarle. I lavori di Tichy non riportano numeri né date, una volta stampate le sue fotografie semplicemente vengono archiviate lasciandole dove capitava, senza nessun tipo di protezione da fattori esterni. Molte infatti risultano pesantemente danneggiate. In questo periodo comincia a lasciarsi andare anche nell’aspetto, fa crescere barba e capelli, non si cura dell’abbigliamento, assumendo sempre più l’aspetto di un clochard. Alla fine degli anni ’60, con l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia, tutto viene nazionalizzato e Tichy è costretto ad abbandonare il suo studio, così distrugge un certo numero dei suoi lavori. Quindici anni dopo, nel 1985, smette definitivamente di fotografare per ritornare al disegno. Nei primi anni ’90 Roman Buxbaum, un vecchio vicino di casa con velleità artistiche trasferitosi a Zurigo per esercitare la professione di psichiatra, prende a cuore i suoi lavori e inizia a promuoverlo nel mondo dell’arte. Buxbaum, già in possesso di molte fotografie e quadri di cui Tichy gli aveva fatto dono, acquista ulteriore materiale da altri vicini di casa e dalla madre in affido alla quale era passata la tutela di Miroslav alla morte della madre naturale. Il curatore Harald Szemann nel 2004 include i lavori di Tichy nel First International Biennial of Contemporary Art di Seville, mentre nell’Aprile si tiene la sua prima personale alla Nolan/Eckmann Gallery di New York. Nel 2005 segue una grande retrospettiva dei suoi lavori alla Kunsthaus di Zurigo e l’anno successivo al Centre Pompidou di Parigi. Tuttavia nel 2009 Tichy, tramite avvocati, fa sapere di non avere nulla a che fare con l’opera di promozione del suo lavoro che sta facendo Buxbaum e che non ha mai avuto con lui nessun accordo né a parole né per iscritto, ma che anzi egli ha sfruttato i suoi lavori senza alcun consenso. Negli ultimi anni continua a vivere una vita appartata, ai margini di tutto, ma libera. Muore dove è nato nell’aprile del 2011.

Kurt Schwitters usava il riciclaggio a fini artistici, compositivi ed espressivi, i famosi Merzbau: “ la materia non conta” diceva “ciò che conta è darle forma”. Miroslav Tichy fa un passo oltre, vivifica la sua creazione, le dona la funzionalità ed utilizza materiali di scarto per fissare il tempo, quello del corpo, su pellicole emulsionate. In un’occasione ironicamente disse: “Prima di tutto bisogna avere una pessima macchina fotografica, se vuoi essere famoso devi fare qualcosa di assolutamente peggiore di chiunque altro al mondo!”

Roberta Zanutto

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