Francesca Woodman:  On being an angel

“Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate”.

Queste furono fra le ultime parole lasciate scritte da Francesca Woodman prima di abbandonare volontariamente la vita a ventidue anni.

Fotografa precocissima, nasce nel 1958 a Denver in una famiglia di artisti, il padre George è pittore e la madre Betty una ceramista. Fra il 1965 e il 1966 si trasferiscono per un anno in Italia, a Firenze, dove in seguito trascorreranno ogni anno le vacanze estive. Di nuovo negli Stati Uniti Francesca si iscrive all’Abbot Academy nel 1972, scuola privata femminile tra i pochissimi licei americani ad offrire corsi d’arte. Qui subisce l’influenza di una delle sue insegnanti, la fotografa Wendt Snyder McNeill che ritroverà anche nel 1976 all’Accademia di Belle Arti di Providence, la Rhode Island School of Design.

Durante gli anni universitari abita in un appartamento semivuoto di in un edificio industriale di Pilgrim Mills che utilizza come set per molti autoscatti.

Fra il 1977 e il 1978 segue i corsi europei della Rhode Island School a Roma. Qui entra in contatto con la transavanguardia italiana e frequenta i proprietari della Libreria Maldoror dove si terrà la sua prima personale in Italia. Sviluppa, durante il soggiorno romano, la serie degli Angels già impostata nel 1977 a Providence, forse influenzata dalle sculture barocche presenti nella capitale o ispirata da un prova accademica che le richiedeva di fotografare “qualcosa di non esistente”. Dello stesso periodo sono gli autoritratti che vedono il suo corpo coperto di polveri e materie per confondersi con l’ambientazione in cui vengono eseguiti.

Nell’autunno del 1978 comincia l’ultimo anno a Providence dove si laurea nel 1980, quindi il trasferimento a New York e l’inizio della sperimentazione anche con la fotografia di moda.

Nel 1980 si dedica ad una serie di provini a contatto che hanno per tema elementi naturali, come cortecce di betulla che, cingendole gli arti superiori, li trasformando in rami. L’anno successivo esce la prima edizione stampata dell’unica pubblicazione che la vedrà in vita, Some disordered interior geometries, uno dei sei quaderni a cui aveva lavorato nel soggiorno romano.

Il 19 gennaio del 1981, si lancia nel vuoto dal settimo piano della sua abitazione, proprio come un angelo.

Un suicidio a ventidue anni fa ipotizzare un malessere così profondo da giustificare una soluzione tanto estrema, ma le ultime righe lasciate dalla Woodman aprono forse uno spiraglio diverso e meritevole di attenzione. L’aver raggiunto una tale completezza e maturità nell’ambito di ciò che voleva essere declinato all’esterno con così tanta urgenza come quella che si legge nelle opere di questa giovane artista, indica una sua incapacità di accettare un’ espressione che avrebbe considerato qualitativamente inferiore e perciò stantia. Raggiunto il punto più alto, non resta che cadere.

La ricerca della Woodman affonda le radici in un ambito strettamente intimo per poi evolversi nel tentativo di una coesione panica con lo spazio circostante. Attraverso gli indici, le tracce, di se stessa riscoperti di volta in volta in uno specchio o in una forma lasciata nel gesso sparso sul pavimento arriva a riconciliare la propria essenza con la matericità dello spazio esterno, ed ecco quindi la sua figura nascondersi dietro una carta da parati o sporcarsi delle polveri delle stanze e delle pareti screpolate. Il corpo, nella sincerità e purezza che l’aspetto della nudità gli conferisce, è strumento del timido e fragile contatto fra l’io e l’altro da sé, il mezzo fotografico si limita ad essere il diario in cui questa dichiarazione di vita viene incamerata.

 

                                                                                           Roberta Zanutto

 

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