Andrea Pacioni: Anime e Plumbee Visioni

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Quando l’anima e il corpo vengono catturati da uno scatto e imprigionati nella materia.

C’è un vecchia credenza che vuole che la fotografia possa rubare l’anima di chi viene fotografato. Gli indiani d’America, e come loro anche altre civiltà arcaiche, temettero una simile circostanza quando per la prima volta gli venne chiesto di posare per un ritratto.

La fotografia ha di certo molte qualità che, soprattutto ai suoi albori, l’hanno avvicinata più ad una pratica alchemica che non ad una scienza. Di certo è difficile negare che essa possa davvero, se non rubare, almeno catturare l’anima di un individuo. Sicuramente è una trappola per la memoria. E se davanti alla lente di un obiettivo le reazioni delle persone sono state nei secoli le più diversificate e ampie, passando dal puro terrore superstizioso alla più sfrenata e svergognata ostentazione di sé, c’è anche chi si è dimostrato capace e oltremodo ardito da fronteggiare e restituire uno sguardo di sfida a questa impunita ladra di anime. Ma quale forma ha un’anima se poi una forma ce l’ha? Di cosa è fatta? E qual’è il suo peso? Quella di alcuni cittadini della Città dei Ragazzi di Roma nel 2006 ha preso una forma visibile: è la forma dei veli di gelatina fotografica su cui il fotografo Andrea Pacioni l’ha immortalata. E’ leggera l’anima di questi ragazzi, semplice e trasparente, limpida. E’ montata in una teca di vetro per proteggerla, come delicate ali di farfalla, come la cosa più preziosa, ed è appesa ad un lucente filo di acciaio, un filo che ricorda molto quello del destino di ogni uomo tessuto e reciso da Cloto, Lachesi e Atropo, le fatali moire della mitologia greca. La ricerca formale è ciò che caratterizza il percorso non solo tecnico ma anche evolutivo dal punto di vista stilistico di questo artista romano. La sua voce trova sfogo nell’utilizzo del medium fotografico così come in quello scultoreo o letterario. Il messaggio arriva da varie direzioni per creare una completezza che non sia chiusa nel recinto di un’unica arte, ma che lasci, e dia respiro, alla ricerca nella sua più intima e innata essenza.Le anime di questi ragazzi sono appese ad un filo, i loro sguardi sono sfrontati  o tesi nella ricerca di raggiungere l’altro che gli è di fronte, impauriti e insicuri a volte, suggeriscono la similitudine con il germoglio di una vita, in cui tutte le speranze, le ansie e le aspettative si mescolano rendendo assolutamente carico e magnetico lo sguardo che trafigge e impedendo allo stesso tempo la possibilità di penetrare quell’essenza fino in fondo proprio per la barriera data dalla fusione degli elementi originaria della vita stessa in esso. Lo sfondo di quel bianco opalescente, quasi trasparente, rende la loro figura etereamente sospesa fra l’essere e il non essere, fra sembianza umana e angelica. Sembrano, quei ragazzi fatti posare a petto nudo, esseri ultraterreni se non fosse per la loro inequivocabile fisicità che li inchioda alla vita, al nostro e loro mondo. Uno di loro regala addirittura uno sguardo che nella sua sfida esprime anche una sorta di ironia da diavoletto del caos, pur incantandoci con l’evanescenza e l’atemporalità da cui è circonfuso.

Eppure tanto è leggera l’anima tanto può essere pesante il corpo che Pacioni inchioda e impressiona su lastre di piombo nelle sue, appunto, Plumbee Visioni, dove l’aggettivo travalica il suo più superficiale significato sdoppiando nella sua esatta materia. Sembrano corpi sofferenti questi, chiusi in loro stessi, come se a bloccare la vista non fossero solo quelle mani poste sugli occhi, anche il corpo stesso nel suo atteggiamento sembra chiedere di essere lasciato solo. Ricordano nella posa la gestualità vergognosa delle molte Eva cacciate dal Paradiso per trovare nuova vita sulle navate affrescate delle chiese. Il sapore è proprio quello sacrale dell’uomo che, scopertosi peccatore, sente il peso della carne, di un corpo corruttibile e ingannatore che lega ad una realtà opaca e grigia, livida di sofferenza e dolore. Leggére sul velo impercettibile di emulsione fotografica le Anime degli innocenti sospesi ad un filo nella luce “divina” e lattescente contrastano e stridono con queste opere pesanti nella materia che le sostiene e con i corpi grevi della propria perduta innocenza che vorrebbero forse nascondersi dietro questo velo nebbioso che le circonda. La ricerca materica dell’autore sembra così aver raggiunto, toccato e scandagliato, i due estremi, l’impalpabile e il tangibile. La luce e il buio. L’evanescenza e la più corposa matericità. Come le Anime saranno per sempre qualcosa di inafferrabile, così le figure di Plumbee Visioni nella loro nudità si rendono tattili, ancorandosi alla materia che le supporta e nello tempo quasi le incornicia chiudendole nella propria dimensione, nei confini del suo livore perché, seppur peccatori, sembrano comunque angeli caduti dalla luce. L’autore si rivela un’artista sensibile nelle tematiche affrontate e altrettanto delicato e attento nel condurre e trasferire il suo messaggio non solamente attraverso l’impianto visivo. La raffinatezza con cui lega l’aspetto concettuale alla messa in opera nella concretezza del supporto prescelto, o nell’assenza di esso, lo fa spiccare per la sua capacità di dare espressività alla materia, rendendola parte che va a fondersi nell’opera stessa tanto che sarebbe impensabile separare l’idea dalla forma che Pacioni le ha fatto prendere, che ha costruito e modellato intorno e su di essa. L’idea è forma, il concetto diviene materia e in questa unione si vivifica il codice-messaggio che l’autore vuole esternare, raggiungendo l’altro con una tale chiarezza ed eleganza da non poter passare inosservato.

Roberta Zanutto

 

 

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