Hervè Baudat: The photographer’s body

 

Il corpo dell’artista calato nei quattro elementi cerca la propria via per la redenzione.

Protagora disse: “L’uomo è misura di tutte le cose”. Attraverso il confronto che instauriamo con la realtà esterna impariamo a conoscere noi stessi e ciò che ci circonda. Hervè Baudat usa il proprio corpo per definire l’interiorità, per creare un messaggio, instaurare un contatto. La natura diviene per lui il referente privilegiato, il vento piega a suo volere la figura umana come una spiga di grano che consuma la sua intera esistenza in un campo o, meglio ancora, è l’artista stesso a lasciare che il suo corpo si faccia metamorficamente vento in una osmosi catartica che restituisca all’uomo la certezza della incommensurabile potenza che condivide con la grande generatrice. Le braccia si agitano e danzano al muoversi della brezza capricciosa, di un refolo curioso, ne copiano il vortice. Una poesia panica pervade le immagini della serie “The photographer’s body” in cui la persona dell’autore diviene la materia prescelta nella quale far fluire il sapere, il sentimento, l’affanno della ricerca spinta alla sua origine più cruda e nascosta. Quello di Baudat è un percorso silenzioso che scava nell’inconscio sensoriale per riportare alla vita la conoscenza obnubilata della nostra inequivocabile fratellanza con i quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco. In una delle opere troviamo il corpo del fotografo raccolto in silenziosa meditazione su di una sedia in bilico fra cielo e mare, fra l’aria ed l’acqua. Uno sfondo di nubi tempestose sembra dare voce all’intimo struggimento dell’artista che, afono, lascia che a descrivere il proprio sentire sia l’impeto di una natura padrona e selvaggia come quella della Corsica, sua terra natale. Sono spazi incontaminati quelli in cui Baudat inserisce la propria figura ed in essi egli trova finalmente lo spazio, il tempo e le libertà necessarie per declinare il bisogno di una introspettiva trasformazione attraverso l’elemento primordiale. Un prepotente senso di sacralità, quasi pagana o animista, muove da quest’essenziale esteriorità per lavare i peccati dell’uomo che sembra auspicare ad una nuova ricongiunzione con se stesso attraverso il perdono della propria vanità. La redenzione passa attraverso il battesimo nell’acqua, come a riprodurre la fase gestatoria nel grembo materno, primitiva culla dell’essere, il fotografo si immerge in mare e, con gli occhi serrati e le labbra dischiuse in una appena sussurrata preghiera, offre il volto alla luce perché bagnandolo e irradiandolo lo purifichi. La riservatezza di questo talentuoso fotografo francese lascia che a parlare di sé siano le sue opere che è possibile osservare in quantità su http://www.spectrelimited.com/index.html. In questo momento Baudat ci fa sapere che sta lavorando ad un libro di fotografie a colori che, come per la sua produzione in bianco e nero, riescono in modo assolutamente efficace a restituire la sottile ed impalpabile atmosfera della luce e delle ombre che svelano e avvolgono la terribile e semplice vitalità delle persone, degli oggetti o dei paesaggi attraverso cui questo sensibile artista comunica la propria umanità. Il suo è un mondo sempre in biblico fra le grandi e le piccole cose, fra la maestosità e il commovente bisbiglio dei minimi particolari che scrivono l’esistenza.

Per ora sembra non siamo ancora in programma sue esposizioni in Italia, né altrove dato che non ama esporre, ma ci auguriamo ugualmente di poterlo ospitare presto in una delle nostre gallerie. Nel frattempo ci potrà forse capitare di incontrarlo mentre silenziosamente trafigge con il suo obbiettivo le nebbie che velano la laguna di Venezia, città che sembra amare particolarmente.

                                                                              Roberta Zanutto

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