Irina Ionesco

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“La fotografia per me è un qualcosa di essenzialmente poetico, me la immagino come una scrittura teatrale, dove fisso in uno svolgimento ossessivo e incessante tutti i miei fantasmi”.

Queste le parole della fotografa franco rumena Irina Ionesco in occasione di una mostra monografica tenutasi a Milano qualche anno fa. Dopo 25 anni di silenzio la sua opera torna finalmente ad essere riesaminata ponendosi spesso come oggetto di letture fra loro differenti.

L’artista, figlia di un fotografo rumeno e di una trapezista circense, nasce a Costanza nel 1935 dove risiede fino al 1951 anno in cui, dopo un lungo viaggiare, si trasferisce nella capitale francese. Con un passato da pittrice alle spalle, quando nel 1974 esordisce nel mondo fotografico richiama a sé sin da subito l’attenzione del pubblico e della critica. Ciò che la sua opera mette in scena è un’immagine femminile scandalosa per gli anni in cui viene proposta, sono immagini dal gusto decadente di femmes fatale che con sfrontata malizia trafiggono impudentemente con il proprio sguardo quello dello spettatore. Le figure sembrano prendere le sembianze di manichini barocchi che abitano, come fantasmi o presenze oniriche, stanze di altri tempi. Trine, gioielli, pizzi, piume e code di pavone sono i loro orpelli, stendardi e simboli di una femminilità estremizzata e teatralizzata. Viene da chiedersi quanto queste creature siano una provocazione per colui che osserva o quanto invece siano dei commoventi tentativi di definizione, attraverso l’altro da sé, dell’essere, in questo caso donna. “La fotografia è uno sguardo su uno specchio interiore…una ricerca negli altri di me stessa” dice infatti l’artista. Ogni immagine della fotografa è velata da un sottile senso di caducità, l’erotismo che queste donne sprigionano si sposa sempre ad un sottoscritto sentimento di lutto che mai viene a mancare. Quella della Ionesco è un’efficace e ricercata poetica della dicotomia esistente fra eros e tanatos, dove la morte diviene sensuale e la vita si fa teatro. Questa fu anche la lettura della casa editrice Cegna che, alla fine degli anni settanta, pubblicò una raccolta di poesie della scrittrice francese Gabrielle Wittkop arricchendola con alcune fotografie dalla prima produzione della fotografa. “Litanie per un’amante funebre” è un gioiello purtroppo ormai fuori catalogo in cui la poesia delle parole si unisce in stretto legame emozionale con la poesia della luce e delle ombre. L’uso stesso che la Ionesco fa dell’illuminazione è sempre teso a creare un’atmosfera di chiusa intimità, per i suoi primi lavori utilizzò ad esempio unicamente l’irradiazione della fiamma delle candele. La povertà di questi mezzi, lungi dal debilitare l’efficacia di queste fotografie, permise invece all’autrice di fermare negli scatti l’impalpabile bellezza e sensualità della modella. Il suo stile affonda spesso le radici in culture artistiche profondamente diverse fra loro, quella francese e occidentale dei primi anni si coniuga ora con la semplificazione delle forme di quella giapponese e orientale creando una fusione estetica di rara raffinatezza.

La produzione della Ionesco è stata spesso fraintesa etichettandola affrettatamente come fotografia d’arte erotica; è possibile che un simile errore sia stato commesso anche a causa del travisamento delle immagini di nudo scattate dalla fotografa rumena alla figlia ancora adolescente Eva. In questi ritratti la bambina viene fatta posare con gli stessi accessori e atteggiamenti delle altre modelle più anziane. L’enorme scandalo seguito alla pubblicazione di tali lavori ha dirottato la critica in una direzione errata, precludendo una visione obiettiva e un libero giudizio sull’opera di questa artista che andrebbe invece calata in un più ampio spazio di confine fra l’erotismo e la ricerca di un’ideale di bellezza, del femminino, che assurga a comprendere ed in-formare le più intime sfaccettature dell’universo femminile.

Roberta Zanutto

 

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